Italia

Un 4 marzo all’insegna di fiacchezza e fatalismo

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di Antonio Giuseppe Balistreri

27504071_1726640724041801_65526726644496698_oC’è qualcuno che ha visto in giro candidati in campagna elettorale? Si sono tutti smaterializzati. Messaggi corrono sul filo di internet, vane ombre si alternano negli studi televisivi, ma nella vita reale non si avverte nessuna presenza. Nessuno viene a chiedermi il voto. Nessuno annuncia comizi in piazza (ai miei tempi ogni sera gli esponenti dei diversi partiti si avvicendavano sul palco dei comizi). Oggi sono tutti scomparsi, volatilizzati, o quanto meno non se ne sa nulla. I TG ci riportano solo vecchie immagini.

Lo stato d’animo con cui si trascina questa stanca campagna elettorale è quello del fatalismo. Perché darsi tanto da fare, a parte qualche giro elettorale di routine, quando ormai i sondaggi elettorali esautorano la necessità di recarsi “di persona personalmente” (come direbbe Catarella) al seggio elettorale? Ci possono essere spostamenti minimi di qualche punto che non incideranno sul risultato complessivo. Si sa già in anticipo quale sarà il responso delle urne. Bisogna solo aspettare che passi la nottata, perché finalmente si rompa l’incantesimo in cui siamo caduti. Il Paese sembra di star vivendo la fiaba della bella addormentata nel bosco. Ognuno ripete stancamente la sua litania, prova ad agitare in qualche modo le acque, ma poi si ricade nel sonno da cui solo il 4-5 marzo ci risveglieremo, per scoprire di essere un Paese che forse avrebbe voluto continuare a dormire, che l’incantesimo non si rompesse mai.

Se si guarda ai leader che si contendono il primato e chiedono agli italiani di dargli il loro consenso, è difficile sfuggire allo scoramento. Troviamo un revenant che credevamo avesse ormai chiuso per sempre indecorosamente la carriera politica, e che invece in lotta con l’età anagrafica e le ingiurie del tempo, non si perde un solo studio televisivo per ammannirci per il dopo elezioni il paese di cuccagna. Berlusconi, che notoriamente non ha il senso del ridicolo, si lancia imperterrito nel seguente sillogismo: il nostro candidato premier è Tajani, però non lo possiamo dire, perché la persona stessa designata ci ha pregato di non rivelarlo. Pertanto lo faremo sapere solo dopo le elezioni che Tajani è il nostro candidato premier. Come si vede in Italia siamo giunti al punto che si può dire tutto e il contrario di tutto, senza che nessuno ci faccia caso.

Ma il vero paradosso di Berlusconi è che egli si trova a dover temere non solo i grillini, ma perfino il suo stesso alleato. Egli infatti, in caso di vittoria, non potrebbe ritrovarsi in un’alleanza in cui la Lega risulti prima forza della coalizione e Salvini diventasse primo ministro. Berlusconi infatti non potrebbe condividere il programma di Salvini, cosa che diversamente lo farebbe di nuovo inviso in Europa.

Ciò che impedisce a Salvini di poter fare il leader sono proprio quelle stesse caratteristiche che ne decretano l’eventuale successo elettorale, e cioè il suo diciamo così apparente ribellismo, il ruolo da capopolo che gli piace impersonare. Le tematiche che egli agita, quella sorta di “me ne frego!”, dello Stato, del debito pubblico, dell’euro e dell’Europa, “a me interessano gli italiani non le istituzioni”, è ciò che gli impedisce di fare il primo ministro senza rinnegare se stesso. Tant’è che è proprio quello che Berlusconi in primo luogo teme, e cioè che il suo alleato possa avere più successo elettorale di lui, con tutto quello che ne deriverebbe in termini di stabilità.

Così Berlusconi ha due nemici: uno esterno ed uno interno. Piuttosto che un’affermazione di Salvini, per lui a questo punto la cosa migliore sarebbe o che non vincesse nessuno, e si continuasse con un governo istituzionale ancora guidato da Gentiloni, oppure un’affermazione del PD. A Berlusconi basta non perdere e giocare di sponda con il PD per evitare l’avventurismo tanto di Salvini quanto di Di Maio.

 

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Category: Osservatorio italiano, RdP online

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