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Il tempo perduto del diritto internazionale: la recherche di Wilhelm Grewe (1911-2000)

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di Davide Ragnolini

wilhelm_grewe“Il contributo di Grewe alla scienza del diritto internazionale è comunque straordinario. Ora egli è il primo docente di diritto internazionale. Ciò non è solo un risultato e un compito, ma una situazione. Voglia il Cielo che tutti i buoni genii lo assistano”. Con queste parole enfatiche dell’ottobre 1948 Carl Schmitt, nel suo Glossarium, affidava ai posteri un’inestimabile indicazione di lettura. La fortuna dell’opera di Schmitt, oggi, nonostante il suo carattere ‘malfamato’, è ormai fuori discussione: traduzioni e riedizioni critiche dei suoi lavori attirano l’attenzione di nuovi suoi lettori nelle librerie, e di sempre nuovi studiosi nelle università italiane.

Diverso è stato il destino e la fortuna editoriale del più giovane, oscuro giurista amburghese, indicato dallo stesso filosofo di Plettenberg come promessa degli studi giusinternazionalistici tedeschi del secondo dopoguerra: Wilhelm Grewe. A partire dal fatto che la sorte del suo opus magnum, Epochen der Völkerrechtsgeschichte [Epoche del diritto internazionale], fu letteralmente segnata dalle vicende della Seconda Guerra Mondiale.

Dopo essersi addottorato nel 1936 con Ernst Forsthoff, collaboratore e amico di Carl Schmitt, e aver presentato una prima parte del suo manoscritto sulle Epochen come Habilitationsschrift per la facoltà di legge di Königsberg nel 1941, nel 1943 Grewe vide sfumare la possibilità di portare a termine il suo lavoro, ritardato dal bombardamento della tipografia di Lipsia presso la quale si trovava depositato. Soltanto 41 anni dopo, a seguito di una lunga carriera diplomatica da Washington ad Ulan Bator, le sue Epochen vedono la prima edizione integrale in Germania; e ancora la sua pluridecennale fatica non era terminata.

Dopo aver curato una seconda edizione esattamente trent’anni fa, nel 1988, Grewe lavorò alla compilazione di tre volumi documentari da allegare al suo lavoro, le Fontes Historie Iuris Gentium, apparsi nel 1995. Ancora all’età di 89 anni, Grewe assistette ad una nuova edizione del suo lavoro, apparso finalmente in inglese, la lingua franca corrente del diritto internazionale, proprio nello stesso gennaio 2000, in cui l’anziano giurista si spense a Bonn.

Alle soglie del nuovo millennio, dunque, The Epochs of International Law potè raggiungere una più ampia cerchia di stimatori e critici, ai quali si dispiegava una storia del diritto internazionale diversa rispetto all’ultima importante monografia in lingua inglese sul tema, la Concise History of International Law di Arthur Nussbaum del 1953. Ad essere tracciata nelle sue pagine era, retrospettivamente, un’accidentata epopea delle dottrine e delle istituzioni del diritto internazionale dal Medioevo all’età bipolare del mondo internazionale, e ancora, con un capitolo aggiuntivo del 1998, fino all’età unipolare posteriore al 1989.

Non senza ironia la sua opera, che con le supplementari Fontes assunse le proporzioni monumentali di quattro volumi, proponeva al lettore una “semplice tesi”, già annunciata nell’introduzione: la storia del diritto internazionale sarebbe stata coestensiva con quella del sistema politico internazionale. Una storia ‘eterodossa’ del diritto internazionale doveva essere descritta non più a partire dalle biografie di singoli autori, concatenate tra loro secondo una tradizionale, quanto canonica, storia disciplinare ideale, ma muovendo dalla storia degli stessi Stati. La loro politica rappresentava il “substratum” su cui si sono retti, e si sarebbero continuati a reggere, gli edifici dottrinali e istituzionali del diritto internazionale. Le Epochen che avrebbero scandito la sua lenta produzione diventavano quindi il principale oggetto di studio della storia presentata da Grewe.

La storiografia della disciplina giusinternazionalistica era dunque ‘rimessa in piedi’: le vicende degli Stati che furono nella posizione egemonica di creare e plasmare l’ambiente normativo internazionale divennero il più solido terreno di indagine che lo studioso doveva dissodare per poter interpretare la stessa storia del diritto internazionale. O quantomeno, come intendeva suggerire lo stesso giurista tedesco, “un necessario fondamento per tale storia”. Anche per una biografia consumata dalla professione e dalla passione per il diritto internazionale come quella di Grewe, una storia giusinternazionalistica, senza una simile traccia da percorrere, avrebbe reso il compito del giurista un’autentica fatica di Sisifo.

Spettava al lettore la possibilità di seguire lo storico e giurista in oltre 700 pagine di ascesa e caduta delle grandi potenze, di sconfitte militari e vittorie politiche, di mutati equilibri internazionali e nuove pretensioni giuridiche, in cui era racchiusa la stessa vita del diritto internazionale. Le sue avventure e disavventure sembravano disposte su una linea curva che seguiva la successione delle potenze succedute nella storia secondo la loro egemonia. Per Grewe la storia del diritto internazionale era infatti la storia di un’età spagnola (1492-1648), di un periodo francese (1648-1815), un periodo britannico (1815-1919), uno anglo-americano (1919-1944), e ancora del periodo di pax americana-sovietica (1944-1989) conclusosi con l’egemonia unipolare statunitense. È dunque in riferimento a queste potenze che la storia politica internazionale poteva indicare i momenti di rottura e continuità del sistema normativo di riferimento, qualificandone i rispettivi periodi. Ma il diritto, allora, dal Trasimaco platonico a Hans Morgenthau sarebbe stato soltanto espressione della forza? Grewe fu epigono di questa omogenea tradizione di pensatori realisti e, dunque, nihil sub sole novum?

Certamente, nella prospettiva di Grewe, ogni ideale normativo internazionalistico non si sarebbe sottratto ad un pessimistico esame della sua origine storica e ideologica. E, per dirla con Edward H. Carr, non vi è nulla di più sconfortante per gli uomini che la scoperta della genesi delle loro idee morali e politiche. Sono certamente questioni metodologiche che meriterebbe più spazio rispetto a quello riservato, fino ad oggi, alla proposta storiografica e teorica del giurista tedesco. A partire dalla prima edizione del 1984, le sue Epochen furono salutate positivamente dagli autori dell’Encyclopedia of Public International Law curata da Rudolf Bernhardt, che ne recepirono un’analoga periodizzazione. Ma ogni grande opera è destinata a suscitare reazioni diverse.

Già incorsa nelle sue prime versioni nelle maglie della censura nazista prima, e sovietica poi, entrambe le cui condizioni l’autore rifiutò di accettare, la terza edizione apparsa in piena “età unipolare” del diritto internazionale, secondo una sorte alterna affine alle sue stesse Epochen del diritto, dovette incorrere in aspre critiche. E senza che l’autore, questa volta, avesse possibilità di replicare. Del resto la ‘storia libresca’ del diritto internazionale, come intuì lo stesso Grewe, era intrecciata con il contesto e la posizione che i suoi autori occupavano all’interno di essa.

Non stupisce che per Martti Koskenniemi, autore di un’altra influente opera della filosofia del diritto internazionale di impronta anti-schmittiana – The Gentle Civilizer of Nations – che apparirà soltanto un anno seguente all’edizione inglese delle Epochen, la trattazione delle “epoche” di Grewe sia apparsa come l’inconfondibile analogo della Grossraumlehre di Schmitt. Arci-realista per gli anti-realisti, Grewe doveva apparire ad altri come esponente moderato della scuola giuridica tedesca del suo tempo; o ancora perfino ‘marxista’ nella trattazione delle dottrine giuridiche come sovrastruttura della realtà (politica). È soltanto il “volto demoniaco del potere” ad essere rappresentato nelle sue Epochen del diritto internazionale?

In un’opera così ampia il Diavolo, certamente, si nasconde nei dettagli. Ma nei dettagli si dischiude anche la possibilità di ‘redimere’ una sua lettura demonizzante. Grewe affidava infatti a due note della sua opera il compito di precisare al lettore la propria posizione: le teorie degli autori del diritto internazionale non sono inevitabilmente soprastrutture accademiche per legittimare la politica estera dei rispettivi Stati; e ancora, la pessimistica tesi schmittiana sulla coesistenza di diritti delle genti tra loro incoerenti era rigettata: era necessario ammettere che siano esistite concezioni del diritto internazionale tra loro coerenti, e non una radicale cesura tra le sue epoche. Il cammino del diritto internazionale per Grewe, dunque, era in fieri.

Grewe attese al compimento del suo lavoro dall’età del condominio “anglo-americano” all’età dell’egemonia unipolare statunitense, passando per l’età bipolare della Guerra Fredda, e l’idea di una ‘fine della Storia’ doveva sembrargli utopica. Con buona pace di Fukuyama, per l’anziano giurista ancora nel 1998 la storia appariva infatti “sempre piena di sorprese”.

La tarda fortuna del suo libro eccede quella di una storia standard del diritto internazionale: dalle sue pagine proviene l’invito ad interrogarci sul “tempo perduto” del diritto internazionale, e sulla metamorfosi storica e giuridica della nostra età contemporanea. A partire da quel monito che proveniva dalla lontana prefazione del suo lavoro incompiuto, nel 1944, nel nadir della storia novecentesca: “in un tempo in cui il sistema tradizionale del diritto internazionale è scosso dalle sue fondamenta, l’accesso ai principi strutturali rimasti dell’ordine giuridico internazionale può esser fornito soltanto sul terreno storico”.

* Ph.D Candidate – Consorzio Filosofia del Nord Ovest (FINO) – Università degli Studi di Torino

 

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