di Marino Freschi*

Wartime_Der_RufTutti gli anni sono importanti, ma il 1947 fu particolarmente denso di eventi. Intanto segnò l’inizio della Guerra Fredda, della spaccatura dell’Europa in due blocchi contrapposti. Col Piano Marschall cominciò il benessere economico col successivo consumismo. In Italia Coppi vinse il Giro d’Italia. Il Nobel per la letteratura fu assegnato ad André Gide, a Ennio Fiano lo “Strega”; a dicembre venne promulgata la Costituzione, mentre in quell’anno la Prussia venne definitivamente abrogata, cancellata. Un segnale di forte cambiamento della Germania, sconfitta, divisa in zone d’occupazione, con gli alleati che regolavano ancora ogni attività dei settori di loro competenza. Vi era un disorientamento totale, soprattutto nella parte occidentale, quella che nel ’49 diventò la Repubblica Federale di Germania, la più popolosa e dinamica. La zona sovietica imboccò una via tutta particolare. Nella Berlino comunista operavano Brecht, Anna Seghers, Johannes Becher, Hanns Eisler, insomma la “vecchia” guardia di emigrati che erano rientrati con il sogno, presto infranto, di trasformare il nuovo stato comunista nella cellula germinale di una Germania socialista (sappiamo come è andata a finire). L’Austria, dimenticando che Hitler era un austriaco, si rifaceva alla tradizione asburgica.

La situazione paradossale era proprio quella degli scrittori della Germania occidentale. Alcuni tra gli emigrati più eminenti, come Thomas Mann, si rifiutarono di tornare. Chi tornò, amareggiato e disorientato, continuava a scrivere come se non ci fosse stato il nazismo, la disfatta, la distruzione. Un gruppo di giovani, spesso soldati “rieducati” in prigionia, sentivano l’urgenza di un nuovo principio. Credendo di partire dall’“Anno Zero”, ricusavano ogni compromesso con gli autori della “Emigrazione Interna” (quelli che erano rimasti nel Terzo Reich), ma non erano nemmeno disposti ad andare a scuola dagli emigranti. Volevano qualcosa di radicalmente innovativo: finalmente Joyce, Dos Passos, gli americani. Tra questi giovani Hans Werner Richter e di Alfred Andersch pensarono fondare una rivista: “Der Ruf”, che prendeva le mosse da un foglio omonimo stampato in campo di prigionia. Ma il progetto naufragò per la censura americana, che riteneva la pubblicazione troppo di sinistra: eravamo ormai nella Guerra Fredda. Allora Hans Werner Richter invitò una decina di giovani scrittori in un paesino bavarese. Era il settembre 1947. Non si voleva fondare un’organizzazione, un’istituzione ufficiale, nulla di formale, insomma un gruppo di amici animati dall’idea straordinaria di (ri)fondare la letteratura tedesca. Il progetto piacque: c’era bisogno di una nuova letteratura, di nuovi scrittori finalmente. E fu inutile che i “vecchi” fossero ostili. Thomas Mann giunse a parlare di: “comportamenti plebei, tipici di una banda di ragazzacci”. E questi “ragazzacci” scrivevano un tedesco mai udito prima. Per capirci, pensiamo al nostro neorealismo. Era una scrittura fortemente realista, non ideologica (insomma niente a che fare con il “realismo socialista” dell’altra Germania).

I primi anni furono per tutti entusiasmanti, quelli straordinari della (ri)fondazione. Gli attacchi furono a lungo tutti da parte dei conservatori, con cui il Gruppo 47 era in aperta rottura. La lotta contro il riarmo e contro il miracolo economico a quelle condizioni, caratterizzò il primo decennio, quello più creativo, austero e vivo. Ludwig Erhard, il successore di Adenauer, giunse a schernirli chiamandoli “cagnolini”. Fu un attacco che contribuì alla fine politica di Erhard, tanto importante e popolare era diventato il Gruppo. Ad esso aderirono quasi tutti i principali scrittori tedeschi: il poeta Günter Eich, Carl Amery, Mario Simmel (celebre giallista), Erich Kästner (l’autore di Emil e Fabian), Siegfried Lenz (quello del romanzo Lezione di tedesco), e soprattutto Heirich Böll, Günter Grass, Peter Weiss, Wolfgang Hildesheimer, Hans Magnus Enzesberger, Martin Walser, Ilse Aichinger e Ingegorg Bachmann. Gli anni Cinquanta segnarono il trionfo, ma subito venne la crisi. Ormai le riunioni del Gruppo erano monopolizzate da editori, critici, gente del cinema e della tv. L’industria culturale si era impossessata delle attività, che rappresentavano un evento mediatico.

Il mitico Gruppo si trasformò in mercato letterario. Si cominciò a parlare di mafia della cultura; gli scrittori contavano sempre di meno. E intanto la situazione letteraria era profondamente cambiata. I nuovi scrittori non avevano più nulla in comune con i rituali del Gruppo. Nel ‘66 si giunse alla rottura clamorosa fra gli scrittori: Handke sferrò un attacco clamoroso alla “cricca”. L’anno successivo fu quello della contestazione da parte del “movimento studentesco” con lo slogan maoista: “Il Gruppo 47 è una tigre di carta”, e con i cori degli studenti che scandivano per scherno “Poeti, poeti”. E i poeti si sciolsero definitivamente. In realtà il fondatore voleva una riunione ufficiale per la chiusura del Gruppo nel 1968 da celebrare in un castello vicino Praga. Ma non se ne fece nulla. Erano arrivati i carrarmati sovietici.

Oggi dopo 70 anni il bilancio è positivo, con due Premi Nobel, Böll e Grass. E con un canone letterario di tutto rispetto. Enzensberger aveva osservato che il Gruppo forse non aveva promosso grandi capolavori, ma almeno aveva impedito la pubblicazione di opere letterarie indecorose.

* Articolo apparso ul “Il Mattino” di Napoli.

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