di Chiara Moroni

RenziChe Renzi diventi il modello politico del futuro è decisamente riduttivo per la politica in generale e per il nostro sistema istituzionale in particolare. Oggi la sua capacità comunicativa e le sue indubbie qualità empatiche ne fanno un leader appoggiato dalla sinistra e invidiato dalla destra. Eppure di scelte politiche e di governo concrete e ben riuscite, utili per l’Italia e con un minimo di prospettiva per il suo futuro non se né sono ancora viste. Chi valuta tanto positivamente tale leadership sembra perdere di vista il ruolo e i compiti di un leader politico a favore di un giudizio che prende in considerazione solo l’apparenza di Renzi, che certo come scrive Di Gregorio è “battutista, rapido, brillante, spregiudicato, decisionista, simpatico ed empatico, tagliente come una lama tanto in TV quanto su Twitter”, ma tra quelle indicate quali sono le capacità politiche? E le competenze di Governo che lascino presagire decisione efficaci e un’azione efficiente? Davvero nella post-modernità dobbiamo avere un leader mediatico che esaurisca le sue qualità nella dimensione dello spettacolo?

Spettacolarizzazione e, quindi personalizzazione della politica e della leadership, sono processi avviati da un paio di decenni, ma oggi proprio con Renzi hanno raggiunto un livello che sta trasformando la politica da “azione” – come dovrebbe essere – ad “annuncio”, che certo mantiene in fibrillazione il dibattito pubblico e in sospeso il giudizio sull’operato del Governo, ma non risolve le questioni politiche più urgenti, né tanto meno costruisce un progetto di prospettiva per il futuro di questo Paese.

Certo un leader è indispensabile e il leader per emergere ed imporsi deve avere una forza propria e un’autonomia forte rispetto alla nomenclatura del partito, deve proporre uno sguardo di rottura con la prassi politica più stantia, e oggi più che ieri, deve poter governare a proprio favore i media, tradizionali e digitali. Ma per emergere il leader deve avere un contesto partitico di riferimento, dove poter attingere dalla forza organizzativa e dalla struttura del consenso propria del partito nel quale si deve essere inevitabilmente formato. Il diffuso sentimento di disaffezione verso la politica non si risolve azzerando il ruolo dei partiti a favore di una leadership mediatica ed effimera; si dovrebbe lavorare alla ricostruzione dei partiti, e alla rielaborazione radicale del loro ruolo nel sistema democratico e, soprattutto, alla ridefinizione delle regole interne delle forze partitiche per creare i presupposti politici, culturali e organizzativi affinché il leader carismatico possa emergere grazie alle sue capacità, di sostanza più che di apparenza.

Oggi il centro-destra non ha un leader capace di coagulare le forze politiche parcellizzate e antagoniste e, al contempo, di coinvolgere empaticamente gli elettori, ma non si può attendere l’arrivo dell’uomo salvifico che la fortuna vorrà mettere sulla strada di questa area politica, è necessario costruire le premesse valoriali, ideali e strutturali perché il leader del futuro possa formarsi ed imporsi con quelle caratteristiche assolutamente personali necessarie per imporsi sulla ribalta politico-istituzionale.

Ben vengano, quindi, i progetti di ricostruzione del centro-destra, di riunificazione di un’area che convince gli elettori solo se si presenta unita, di riscrittura delle regole organizzative e di selezione della classe dirigente, di definizione della struttura ideale e valoriale dalla quelle nessuna forza politica può prescindere. Questo è l’humus indispensabile perché germogli una leadership strutturale e non occasionale, di sostanza e non di apparenza, capace di progettare e realizzare e non solo di annunciare.

Nell’era Renzi, il centro-destra dovrebbe agire in modo da dimostrare che non è più tempo degli uomini della provvidenza e che la situazione nazionale e internazionale necessita di strutture politiche radicate e di leadership concreta e credibile.

 

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