di Alessandro Campi
L’operazione in sé è stata un piccolo capolavoro tattico: il massimo dell’attenzione politica senza formalmente fare nulla. Ieri è andata così. Salvini – accusato dal tribunale dei ministri di sequestro di persona per aver impedito, nell’agosto 2019, lo sbarco a Lampedusa da una nave spagnola con circa 150 migranti bloccati al largo – è stato salvato dalla richiesta di rinvio a giudizio dal voto compatto del centrodestra, da quello di un esponente delle Autonomie e da quello,
di Alessandro Campi

L’operazione in sé è stata un piccolo capolavoro tattico: il massimo dell’attenzione politica senza formalmente fare nulla. Ieri è andata così. Salvini – accusato dal tribunale dei ministri di sequestro di persona per aver impedito, nell’agosto 2019, lo sbarco a Lampedusa da una nave spagnola con circa 150 migranti bloccati al largo – è stato salvato dalla richiesta di rinvio a giudizio dal voto compatto del centrodestra, da quello di un esponente delle Autonomie e da quello, decisivo, di due grillini (uno dissidente, l’altro fuoriuscito). E’ finita 13 a 7.

Questo ha consentito ai tre esponenti della sinistra renziana membri della Giunta per le immunità del Senato di non partecipare al voto dando però alla decisione finale – che in ogni caso non avrebbero potuto capovolgere – un’interessante curvatura politica. Che non può essere ridotta – come qualcuno ha subito adombrato – al solito gusto per lo spariglio del leader di Italia Viva. Come se anche ieri si fosse trattato di un capitolo della sua eterna trattativa con Conte per avere più incarichi nel governo o per influenzarne di più le scelte in materia economica. Di un non-voto col quale ha in realtà voluto mandare all’inquilino di Palazzo Ghigi un nuovo segnale, dopo averlo già tenuto sulle spine – appena pochi giorni fa – con la votazione sulle due mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni contro il Guardasigilli Bonafede.

Le cose forse sono un tantino più complicate. Quello cui si è assistito ieri, infatti, non è solo il classico mercato politico-parlamentare tra alleati, che in questo caso nemmeno si amano più di tanto essendo tuttavia costretti dalle circostanze a convivere (è comunque la regola di tutti i governi di coalizione che i partiti piccoli cerchino di “ricattare” quelli più grandi). Stavolta potrebbe esserci dell’altro a spiegare l’esito di un voto che, al di là di alcune dichiarazioni di facciata polemiche o scandalizzate contro la scelta astensionista dei renziani, probabilmente accontenta molti, almeno in questa fase delicatissima della politica nazionale.

Conte in primis. Abilissimo a sganciarsi da Salvini quando quest’ultimo fece cadere il governo giallo-verde, ma ben consapevole del fatto che un Presidente del Consiglio non può far credere al prossimo di non aver saputo nulla di ciò che in materia d’immigrazione decideva il suo ministro degli interni. Che è poi la motivazione formale, difficile da contestare, addotta dai senatori di Italia Viva per spiegare la loro mancata partecipazione ai lavori della Giunta: “Dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l’esclusiva riferibilità all’ex Ministro dell’Interno dei fatti contestati”. Frase un tantino contorta, ma il cui senso appare chiaro: Conte non poteva non sapere. Accanirsi contro Salvini, col quale si è condivisa una controversa stagione di governo, solo perché nel frattempo ci si è messi a capo di una diversa maggioranza politica, sarebbe dal punto di vista di Conte pura ipocrisia. Anche il trasformismo ha un limite.

Ma anche l’opportunismo o tatticismo di Renzi, invece di biasimarlo in chiave moralistica, come se gli altri fossero tutti strateghi raffinatissimi, servitori senza macchia dello Stato o amministratore lungimiranti e disinteressati della cosa pubblica, andrebbe letto in una chiave più prosaicamente politica. Il non-voto contro Salvini nel nome del garantismo è un segnale che ha voluto mandare, lui che ha sempre cercato l’interlocuzione con l’elettorato moderato di matrice berlusconiana e con quello progressista-riformista rimasto estraneo alle sirene del giustizialismo, ad un pezzo di società italiana che non si è mai riconosciuta (o ha smesso di riconoscersi)  nella visione di una giustizia redentrice dei mali del mondo o che agisce sempre e solo nel rispetto del principio di legalità con l’obiettivo di scovare e reprimere il malaffare. È una battaglia, quella contro l’uso politico-morale della giustizia, che in condizioni normali toccherebbe al Pd, se non fosse che quest’ultimo s’è messo nel frattempo a civettare col grillismo anti-casta, avendo nel passato troppe volte lisciato il pelo ai procuratori in vena di giacobinismo.

Renzi, come tutti gli istintivi, è quello cha ha fiutato meglio gli umori del momento. Il clima che si respira in questi giorni in materia di giustizia (e che anch’esso potrebbe aver contribuito alla sua scelta di non accanirsi strumentalmente su Salvini e di non accodarsi al coro dei suoi accusatori della sinistra) è in effetti di crescente sconcerto per ciò che sta emergendo dalla cronaca: il livello di politicizzazione raggiunto da certi settori della magistratura italiana, l’innaturale commistione che s’è creata ormai qualche decennio tra questi ultimi e un pezzo del mondo dell’informazione, le tecniche di lottizzazione correntizia (al limite, esse sì, del mercimonio) utilizzate all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura, l’eccesso di protagonismo politico-mediatico di alcuni togati sin troppo attratti dalla mondanità e dalla notorietà mediatica, ecc.

Su Luca Palamara, l’ex capo dell’Associazione nazionale magistrati, quello che – stando alle intercettazioni riportate dai giornali nei giorni scorsi – considerava Salvini un bersaglio da attaccare in pubblico sempre, “anche se ha ragione”, senza contare gli insulti e le offese personali che gli rivolgeva nelle sue conversazioni con altri colleghi, pesano in questo momento accuse di corruzione, di divulgazione di informazioni riservate e di scambio di favori. Non era davvero la situazione ideale per una decisione in punta di diritto ma comunque politica, vista la sede chiamata a pronunciarsi su Salvini, e che dunque rischiava fatalmente di somigliare ad un atto di persecuzione ad personam. O, peggio ancora, ad una vendetta consumata per ragioni strumentali da chi, ci riferiamo al M5S, in materia di immigrazione continua paradossalmente a pensarla esattamente come il capo della Lega. Anche la doppiezza e la furbizia hanno un limite: Di Maio se ne rende conto per primo e viene anche dunque da chiedersi quanto davvero un “dissidente” sia stato il grillino che ha votato in Giunta a favore di Salvini.

Non esacerbare gli animi, il “sopire, troncare” di manzoniana memoria, deve essere parsa a più d’uno dei protagonisti di questa vicenda la soluzione migliore. Tenuto conto, oltre che della congiuntura, anche d’un problema più generale, col quale la politica italiana si è già pesantemente scontrata sin dagli esordi del berlusconismo: la tentazione di sconfiggere gli avversari non nelle urne ma nelle aule di giustizia. Molto del veleno che oggi scorre nelle vene della società italiana nasce dall’essere ricorsi troppe volte a questa scorciatoia, che non solo ha reso strutturalmente instabile il sistema politico-partitico italiano, ma ha finito per incidere negativamente sulla credibilità stessa della macchina giudiziaria agli occhi dell’opinione pubblica nazionale.

A Salvini, che pure in passato ha picchiato a sua volta sul pedale del giustizialismo, salvo scoprirsi garantista quando erano sotto attacco i suoi uomini, probabilmente oggi farebbe comodo atteggiarsi a martire come per anni ha fatto Berlusconi, specie in questa fase di consensi calanti causati però non dalle sue disavventure giudiziarie ma dalle scelte ondivaghe e poco chiare che continua a fare. Ma la giustizia utilizzata come arma politica contro l’avversario non farebbe bene né all’Italia, già di suo socialmente esacerbata dagli effetti della pandemia, né al governo traballante che abbiamo avuto in sorte in questa terribile congiuntura. C’è chi dice che quella di ieri sia stata, anche grazie alla dissociazione dal voto dei renziani, la vittoria del garantismo sul populismo mediatico-giudiziario. Altri lamentano che sia stato offeso, anche per colpa del disimpegno dei renziani, il principio di legalità, che non può giustificare una violazione del diritto in nome dell’autonomia della politica. Nei fatti, è solo prevalso un barlume di buon senso.  A questo punto se ne riparlerà direttamente in Aula, dove gli equilibri numerici sono diversi e dove le cose potrebbero dunque cambiare. Vedremo a fine giugno che fine farà Salvini. Nell’attesa di una riforma della giustizia invocata da anni ma che non sembra proprio all’orizzonte

 

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