di Alessandro Campi
Come ricordare una guerra vittoriosa ma d’inaudita e inedita violenza, che alla sola Italia era costata 650.000 soldati morti, quasi 600.000 vittime civili, 500.000 tra mutilati e invalidi, dunque un numero sconfinato di vedove, orfani e inabili al lavoro, senza ovviamente conteggiare i danni materiali a città, villaggi, campagne, vie di comunicazione, infrastrutture, fabbriche e monumenti?
Industriale e di massa era stata quella guerra devastante e interminabile, diversamente dalle attese quando essa era scoppiata,
di Alessandro Campi

Come ricordare una guerra vittoriosa ma d’inaudita e inedita violenza, che alla sola Italia era costata 650.000 soldati morti, quasi 600.000 vittime civili, 500.000 tra mutilati e invalidi, dunque un numero sconfinato di vedove, orfani e inabili al lavoro, senza ovviamente conteggiare i danni materiali a città, villaggi, campagne, vie di comunicazione, infrastrutture, fabbriche e monumenti?

Industriale e di massa era stata quella guerra devastante e interminabile, diversamente dalle attese quando essa era scoppiata, collettiva, generalizzata e capillare fu da subito l’elaborazione del lutto attraverso ogni possibile strumento espressivo, nel tentativo evidente di sublimare quella tragedia e darle un senso storico razionale.

Commemorare i caduti, raccontare il dolore e le sofferenze a chi non le aveva direttamente sperimentate, onorare i combattenti per il coraggio e lo spirito di sacrificio dimostrati, tramandare la memoria alle nuove generazioni di una guerra subito percepita come un tornante della storia italiana, sacralizzare la morte. Fu l’impegno, privato e pubblico, d’una intera nazione una volta terminato il conflitto.

Bisognava partire, se non altro per rispetto, dai soldati deceduti in battaglia, ivi compresi i nemici nel segno di una postuma conciliazione. Spesso per iniziativa autonoma delle comunità locali, dei parenti e dei sopravvissuti prese subito piede l’idea di costruire spazi di sepoltura destinati ai combattenti, cimiteri militari da far sorgere vicino ai luoghi di battaglia dove potessero trovare pace eterna anche i senza nome e gli sconosciuti. L’impossibilità di riconoscere tutti i caduti, spesso corpi devastati dai cannoni e dai gas, era stata una delle conseguenze di una guerra segnata dall’utilizzo massiccio di nuove armi di distruzione. La mancata consolazione di una tomba per tutti su cui piangere fu l’origine, ovunque in Europa, della più potente forma di culto dei morti: l’istituzione del sepolcro al ‘milite ignoto’. In Italia la tumulazione dell’eroe sconosciuto all’interno dell’Altare della Patria avvenne il 4 novembre 1921. E fu preceduto da un lungo viaggio in treno, da Aquileia a Roma, durante il quale la bara del soldato prescelto, collocata sull’affusto di un cannone, fu omaggiata al suo passaggio da una popolazione assorta e dolente.

Più tardi, quando della memoria della Grande Guerra s’impadronì definitivamente il fascismo per farne il suo maggior titolo di legittimazione storica, la monumentalizzazione della morte portò alla costruzione dei grandi sacrari-ossari (Monte Grappa, Redipuglia, Oslavia Caporetto) che da allora divennero i luoghi di riferimento simbolici su cui concentrare, attraverso rituali e cerimonie che si sono ripetuti attraverso ogni congiuntura politica, il ricordo collettivo di quell’evento.

Cippi, targhe, statue, lapidi, steli funerarie: la monumentalizzazione, quasi una frenesia commemorativa, in realtà coinvolse l’intero territorio nazionale sin dall’immediato dopoguerra, compresi i municipi più piccoli o periferici. Si calcola siano stati circa dodicimila i monumenti d’ogni tipo e forma eretti in Italia a ricordo della guerra e dei suoi caduti. Frutto all’inizio di un moto spontaneo, divenne un indirizzo burocratico e di Stato allorché il fascismo si intestò, preso il potere, il monopolio del patriottismo: già nel dicembre 1922, le circolari di Dario Lupi, sottosegretario all’Istruzione del primo governo Mussolini, caldeggiavano la creazione in ogni città o borgo di parchi o viali della Rimembranza, molti dei quali ancora resistono.

Ci furono poi i monumenti di carta. L’esigenza di ricordare i caduti attraverso opuscoli, raccolte di lettere e foto, agiografie, era nata già durante la guerra, spesso per iniziative dei parenti, che così ne perpetuavano la memoria pubblica ad uso di conoscenti e amici e per quanto possibile dei posteri. Terminato il conflitto, a questa produzione editoriale di stampo commemorativo si aggiunse una vasta memorialista ad opera di reduci e testimoni: diari di guerra (magari opportunamente rielaborati) o libri di ricordi, redatti soprattutto da ex-ufficiali d’estrazione borghese. Ma negli ultimi tre-quattro decenni, quando anche l’interesse degli storici si è spostato verso i soldati subalterni, si è visto quanto anche questi ultimi, anche se scarsamente alfabetizzati, fossero stati presi da una autentica frenesia di scrittura. Le lettere e le memorie dei soldati al fronte, scovate raccolte e spesso pubblicate, sono oggi parte integrante del racconto collettivo della Grande Guerra: una scrittura intima e famigliare utilissima per integrare, a partire dalla dimensione soggettiva, la storia in chiave politico-militare del conflitto.

Ma persino il turismo ha avuto un ruolo in questo processo di rielaborazione-perpetuazione della memoria. Molti italiani, finita la guerra, vollero vedere da presso i luoghi dove si era combattuto e dove in molti casi erano scomparsi i loro cari. Per farlo, già alla fine degli anni Venti, bastava dotarsi delle guide del Touring Club eloquentemente intitolate Sui campi di battaglia. Un turismo memoriale che nel nord-est d’Italia perdura ancora oggi, tra visite alle trincee e ormai rasserenanti passeggiate in montagna, alla ricerca delle tracce – ancora largamente presenti e ben conservate – di una guerra sempre più lontana nel tempo ma impossibile da dimenticare.

 

 

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