di Luca Marfé
Gli Stati Uniti si sono già sfilati, l’Iran potrebbe farlo presto.
L’oggetto del contendere è l’accordo sul nucleare. La minaccia, firmata dal presidente Hassan Rouhani, è di riprendere le attività di arricchimento dell’uranio scrollandosi di dosso qualsiasi forma di limitazione imposta dalla Comunità Internazionale.
Una partita a scacchi giocata, da un lato, sulla pelle dell’economia di Teheran, strangolata dalle sanzioni. E, dall’altro, sugli equilibri della sicurezza mondiale.
Sessanta giorni di tempo per salvare il Joint Comprehensive Plan of Action,
di Luca Marfé

Gli Stati Uniti si sono già sfilati, l’Iran potrebbe farlo presto.

L’oggetto del contendere è l’accordo sul nucleare. La minaccia, firmata dal presidente Hassan Rouhani, è di riprendere le attività di arricchimento dell’uranio scrollandosi di dosso qualsiasi forma di limitazione imposta dalla Comunità Internazionale.

Una partita a scacchi giocata, da un lato, sulla pelle dell’economia di Teheran, strangolata dalle sanzioni. E, dall’altro, sugli equilibri della sicurezza mondiale.

Sessanta giorni di tempo per salvare il Joint Comprehensive Plan of Action, ovvero quel Piano d’Azione Congiunto Globale comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano. Opera certosina della diplomazia dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Usa) nonché di Germania e Unione Europea.

Un tentativo di normalizzazione dell’Iran fortemente voluto da Barack Obama e, al pari di tutto ciò che ha riguardato il suo predecessore, frettolosamente smantellato da Donald Trump.

Sul fronte a stelle e strisce, il tavolo è saltato già un anno fa.

Su quello globale, traballa in maniera spaventosa.

 

  1. Ma perché l’Iran sta facendo tutto questo?

 

Perché sperava e in qualche modo spera tuttora di barattare una parziale resa nucleare con delle concessioni di natura economica. In particolare, con la rottura delle catene rappresentate dalle sanzioni. Trump, però, non si fida e di fatto non libera Rouhani. Che dunque si agita, rilancia e sfida il mondo intero.

 

  1. Ricucire lo strappo o ambire allo scontro? A cosa punta Trump?

 

Trump punta ad avere un nemico. Oggetto fondamentale della sua narrativa, più in generale della sua maniera di fare politica.

In altre parole, nessuna toppa. Anzi, avanti tutta nella direzione opposta, quella della tensione ad ogni costo.

Proprio di recente, infatti, ha provveduto a far inserire i piani alti delle Forze Armate di Teheran, i cosiddetti Guardiani della Rivoluzione, nella lista nera dei nemici di Washington.

Élite militare? No, organizzazione di terroristi in uno Stato gestito da una cupola di terroristi.

Se Rouhani alza la voce, insomma, Trump strilla.

 

  1. E l’Europa? Cosa fa l’Unione Europea?

 

Come spesso accade in casa UE, specie in politica estera, i 28 faticano ad individuare una posizione comune.

Francia, Germania e Gran Bretagna muovono ciascuno la propria diplomazia nel tentativo di tenere vivo il dialogo con l’Iran. Ma gli Stati Uniti avvertono (quasi minacciano) il Vecchio Continente di non avvicinarsi troppo al demone mediorientale per non rischiare di compromettere ulteriormente delle relazioni già lacerate tra Washington e Bruxelles.

La sensazione, in definitiva, è che tanto per cambiare l’Europa sia più spettatore che attore anche in questa vicenda.

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked (required)