di Giuseppe Balistreri 

beppe grilloBeppe Grillo è entrato in scena nel momento in cui anche in Italia si erano ormai fatta strada due fenomeni dovuti alla mediatizzazione della vita politica: vale a dire, la spettacolarizzazione e la personalizzazione. Grillo ha utilizzato entrambe le forme e grazie ad esse è riuscito a portare a casa una bella affermazione elettorale. A questo punto Grillo ha detto tutto quello che aveva da dire e non si vede che cos’altro possa ancora aggiungere. Insomma, si trova decisamente a corto di argomenti. Per poter rimanere a galla ha bisogno di continuare ad usare in modo sempre più marcato l’elemento della spettacolarizzazione. Per sopperire alla mancanza di argomenti ha bisogno di fare ricorso alla personalizzazione.

Di fatto il suo movimento si identifica con lui, con Beppe Grillo, anzi è Beppe Grillo, il suo è un successo personale, la gente che ha votato 5stelle ha votato Beppe Grillo, non certo le scialbe controfigure che in suo nome occupano inadeguatamente gli scranni del parlamento. L’impressione che fanno è di essere non tanto e non solo dei semplici sprovveduti, ma dei cattivi replicanti. Quello che in Grillo è naturalezza e spontaneità, nei suoi parlamentari è impaccio, sforzo, costrizione, l’eloquio di Grillo in loro diventa afasia espressiva. In comune hanno solo il cattivo italiano: in Grillo però è deformato anche con gusto e fantasia, nei suoi seguaci appare solo stentato ed inarticolato. Per nascondere le loro debolezze, e non essendo capaci di alcuna dialettica verbale, Grillo e grillini devono continuamente gridare, insultare, attaccare verbalmente qualcuno, cosa che nel maestro è mestiere di comico e riesce qualche volta anche a divertire, nei seguaci invece mostra la goffaggine di chi vuol fare qualcosa di cui non padroneggia l’arte. Nelle loro brevi dichiarazioni televisive, i grillini sembrano soldatini caricati a corda che ripetono passivamente la stessa incongrua litania.

Si capisce soltanto che ce l’hanno con qualcuno antropologicamente diverso da loro, che additano come il nemico, una sorta di homo politicus formatosi per degenerazione di una propaggine del puro genius italicum, e della cui presenza loro, come alieni piovuti da un altro pianeta, sono venuti a liberarci. Questa è la parte che sono tenuti ad interpretare. Ma se Grillo è un autentico uomo di teatro, i grillini invece offrono uno spettacolo improvvisato alla bell’e buona, dove fanno la parte di figuranti entrati in scena ancora prima che avessero il tempo di imparare la parte. L’ingaggio è stato troppo rapido. Cercano allora di rimediare con l’imitazione del loro capocomico e si lanciano così in insulti e attacchi personali nei confronti dei nemici, identificati come coloro che non fanno quello che dice Beppe Grillo, sia all’interno che all’esterno del M5S. Perfino il presidente della Repubblica viene considerato colpevole di tale inadempienza.

Dietro l’apparente democrazia della rete, vige la più ferrea dittatura di un uomo solo. La democrazia infatti non consiste solo nel fatto che le decisioni si prendono a maggioranza, ma consiste anche e soprattutto nella possibilità di cambiare i propri leader con un voto di maggioranza. Laddove questo (cioè la sostituzione dei leader) non è possibile, allora si ha una dittatura o il partito personale a guida indiscussa. Nel movimento di Grillo tutti sono sostituibili, tranne Grillo stesso. Il quale del resto non ha bisogno di nessuna carica ufficiale, perché il potere gli deriva dalla sua stessa personificazione con il movimento che ha creato.

Grillo conosce dunque molto bene spettacolarizzazione e personalizzazione. Usa forme spettacolari per attrarre consenso (ultimo il suo comizio a Sanremo, dove c’erano più cronisti che pubblico) e cerca di trasformare in spettacolo ogni situazione politica. Il confronto con Renzi escludeva per principio qualsiasi dialogo con l’interlocutore, ed invece si è fatto uso della diretta streaming per fare scena e sostanzialmente prodursi in una esibizione ad uso degli spettatori. Ecco perché le dirette vanno escluse dagli incontri politici: perché invece di discutere, si pensa all’effetto che le proprie parole e il proprio atteggiamento avranno sul pubblico. La politica certo va fatta in pubblico (laddove è previsto e nei luoghi adibiti), ma questo non vuol dire che va fatta per un pubblico. Laddove c’è spettacolo non può esserci argomentazione, è inevitabile che l’incontro si trasformi in uno scontro. E nello scontro l’avversario viene attaccato non per quello che fa o vuole fare, dunque non per ragioni politiche, ma personali. Grillo, che non è un politico, sposta sempre la discussione dalla dialettica delle idee (in cui non è certo a suo agio), agli insulti personali (dove invece eccelle). A Grillo interessa mettere alla berlina e squalificare l’avversario come persona indegna. Riconoscere a Renzi di essere un bravo ragazzo, con il limite però di essere un rappresentante delle banche e dei poteri forti, significa in sostanza dargli dello sciocco o del colluso. Si produce così un entimema la cui premessa implicita è: le banche sono il male assoluto; cui segue la seconda premessa esplicita: Renzi è un bravo ragazzo, ma è un sostenitore delle banche; e quindi la conclusione di nuovo implicita: Renzi porta al trionfo del male assoluto.

Offrire al popolo le banche come il principale artefice delle difficoltà che si incontrano in un periodo di crisi e di disagio sociale non è certo una novità. Anzi, si tratta di un vero e proprio cliché. A quando l’accoppiata Banche/Ebrei padroni della finanza ed affamatori del popolo? Per evitare le derive ideologiche cui possono portare certi luoghi comuni (non dico proprio l’antisemitismo, ma qualunque forma di costruzione ideologica e preconcetta dell’immagine del nemico), non è meglio discutere e presentare le proprie proposte, invece di insultare e di personalizzare lo scontro? Certo, forse non paga in termini elettorali. Ma allora in che cosa si distingue il M5S dagli altri partiti politici, se guardano al consenso a scapito del bene del paese?

 

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