di Luca Marfè

foto RenziNew York –  E niente, Renzi c’è cascato di nuovo. Citare Donald Trump, e farlo a sproposito tra l’altro, sembra piacergli un bel po’. Le sue ragioni sono piuttosto chiare. Ma sono tutte sbagliate. Andiamo con ordine.

Già nel corso della tormentata e velenosa campagna elettorale a stelle e strisce, Renzi ha prodotto più di un riferimento a The Donald. In particolare, nella fase più intensa della corsa al voto, una manciata di giorni prima dello storico 8 novembre 2016, ha pubblicato un lungo post su Facebook che dopo una serie articolata di considerazioni più o meno velate recitava in chiusura “e speriamo che sia femmina”. Un assist evidente a Hillary Clinton, poi sconfitta, che l’amministrazione Trump non ha mancato di legarsi al dito. Un assist che, anche al più somaro degli studenti di politica era apparso fuori luogo e quanto mai inopportuno. Una sorta di ingerenza, tanto rischiosa quanto inutile, la cui inadeguatezza si era poi di colpo materializzata nel noto responso delle urne.

Da allora, Trump è divenuto una parte bizzarra del registro di Matteo Renzi. Una sorta di spauracchio da agitare dal palco dei suoi comizi quasi a voler dire “o scegliete me o l’alternativa è uno così”.

Discorso (ed errore) reiterato anche in occasione della tanto attesa Direzione del Partito Democratico.

«Ma il mondo fuori da qui ha Trump e Le Pen!»

Una frase netta, inequivocabile, pronunciata con il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ad un passo. Una frase utilizzata come uno slogan senza tenere in considerazione alcuna il fatto che si stesse parlando del presidente degli Stati Uniti d’America, nostro primo alleato sullo scacchiere internazionale, e della non probabile ma possibile nuova condottiera dei cugini d’oltralpe.

Insomma, per quanto possano piacere o non piacere, certi commenti andrebbero forse confinati alle mura del salotto di casa propria. Soprattutto se sei il segretario del partito di maggioranza del tuo Paese e continui in qualche modo a rappresentare il volto della nostra politica.

Il perché affermazioni di questo tipo siano tecnicamente sbagliate potrebbe essere spiegato attraverso un mosaico complesso e tentacolare.

È possibile, però, ricondurre il tutto a due binari principali.

Il primo, in chiave internazionale, è quello più evidente: irritare il nuovo inquilino della Casa Bianca e tutti i suoi seguaci, evidentemente piuttosto numerosi, nei confronti dell’Italia con ricadute potenzialmente infinite sulle relazioni politiche, diplomatiche, economiche e commerciali.

Il secondo, in chiave invece interna, è meno visibile, ma altrettanto importante, in particolare per lo stesso Renzi e, più in generale, per il suo Partito Democratico.

Considerato che il tasso di affezione che lega gli italiani alla politica tradizionale sia ai minimi storici e soffi già forte il vento nelle vele del Movimento 5 Stelle, apostrofare in questo modo chi la politica tradizionale promette di prenderla a calci potrebbe indurre gli elettori a sperimentare, addirittura volentieri, qualcosa di nuovo. Il Movimento 5 Stelle, appunto.

Una sorta di doppio autogoal, dunque. Roba da liceali, da dilettanti della politica. Non proprio dettagli insomma che, soprattutto qui sull’altra sponda dell’Oceano, non passano di certo inosservati.

 

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