di Luca Marfé

In Venezuela la democrazia muore, l’economia affonda, ma il narcotraffico vola.
Vola nei numeri degli affari, nei fiumi di cocaina e di dollari.
E vola su piccoli aerei che vengono utilizzati, addirittura una volta sola, per trasportare gli uni e gli altri lungo le rotte di giungle, Caraibi e Messico.
Destinazione finale?
A nord gli Stati Uniti, a sud le piazze ricche dell’America Latina.
Sì, avete letto bene: “aerei che vengono utilizzati una volta sola”.
di Luca Marfé

In Venezuela la democrazia muore, l’economia affonda, ma il narcotraffico vola.

Vola nei numeri degli affari, nei fiumi di cocaina e di dollari.

E vola su piccoli aerei che vengono utilizzati, addirittura una volta sola, per trasportare gli uni e gli altri lungo le rotte di giungle, Caraibi e Messico.

Destinazione finale?

A nord gli Stati Uniti, a sud le piazze ricche dell’America Latina.

Sì, avete letto bene: “aerei che vengono utilizzati una volta sola”.

Il business, infatti, è redditizio al punto che, giunti a destinazione, per evitare di lasciare tracce, i trabiccoli del cielo spesso vengono distrutti, dati in pasto alle fiamme.

Una perdita marginale, evidentemente, se paragonata al colossale circuito degli incassi.

Tutto in contanti, tutto sotto gli occhi di tutti.

In primis, sotto quelli della politica e delle autorità locali, oramai assai più che complici.

Se prima era difficile distinguere Stato e partito socialista, adesso è difficile distinguere governanti e narcotrafficanti.

Maduro e i suoi, insomma, non si limitano più soltanto a chiudere un occhio, ma praticamente vivono di questo. Sono lontani i tempi del petrolio che viaggiava attorno ai 150 dollari al barile e l’elefantiaco e arrugginito apparato pubblico ha dei costi vertiginosi che in qualche modo vanno pur sostenuti.

La produzione della droga è certo un mostro ben più antico di questa cricca, un vero e proprio cancro che affonda le sue radici nel Novecento di un continente in cui qualcuno si è arricchito e tantissimi sono morti.

La “normalizzazione” post-Escobar della Colombia, però, ha imposto inediti scenari geografici. Ed in particolare ha fatto di Caracas e dintorni il nuovo centro nevralgico dello spaccio. Paradosso dei paradossi, quello di un Venezuela in cui non viene prodotto un solo grammo di cocaina.

Un hub e nulla più. Capace, tuttavia, di fare economia a sé, mentre l’economia delle famiglie, delle imprese e della stessa contabilità ufficiale dello Stato agonizza sotto i colpi di un’iperinflazione incalcolabile e di un disastro epocale chiamato socialismo.

Con i gringos (termine dispregiativo con cui a queste latitudini vengono additati gli statunitensi, ndr) che vestono contemporaneamente i panni di unici oppositori e primi compratori.

Da una parte, con l’armata della DEA, l’agenzia federale antidroga. Sempre sul piede di una guerra che è guerra per davvero.

Dall’altra, tra le luci dei locali glamour, nei i buffet dei salotti “bene” e per i vicoli della disperazione buia, in cui scorre irrefrenabile il doppio fiume di coca e dollari.

Il cane a stelle e strisce si morde dunque la coda due volte.
Nel farsi del male per mano delle sostanze stupefacenti e nel finanziare un regime criminale con cui, prima o poi, corre il rischio di doversi confrontare.

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked (required)