di Alessandro Campi
Bisogna favorire la ripartenza economica dell’Italia. Ben detto, ma cosa significa esattamente? Parliamo della riapertura degli esercizi commerciali, dei ristoranti e delle strutture alberghiere (beninteso di quelli che sono riusciti a sopravvivere alla crisi) o di una nuova fase dell’economia italiana, caratterizzata da profondi processi di riconversione industriale, da grandi progetti strategici di modernizzazione e dalla creazione di nuove realtà d’impresa in settori autenticamente innovativi? E può un Paese ripartire – guardando al futuro con ottimismo,
di Alessandro Campi

Bisogna favorire la ripartenza economica dell’Italia. Ben detto, ma cosa significa esattamente? Parliamo della riapertura degli esercizi commerciali, dei ristoranti e delle strutture alberghiere (beninteso di quelli che sono riusciti a sopravvivere alla crisi) o di una nuova fase dell’economia italiana, caratterizzata da profondi processi di riconversione industriale, da grandi progetti strategici di modernizzazione e dalla creazione di nuove realtà d’impresa in settori autenticamente innovativi? E può un Paese ripartire – guardando al futuro con ottimismo, non nella speranza di ripristinare la situazione pre-pandemia – se al suo interno, tra i diversi territori, continuano a persistere differenze profonde nella capacità di produrre e di creare occupazione e nelle modalità di distribuzione della ricchezza sociale?

C’è una piccola notizia dalla quale partire per cercare di rispondere a queste domande (diverse tra loro ma intrecciate). La società francese Cityscoot, specializzata nel servizio di scooter sharing, ha deciso due giorni fa di lasciare Roma, dove aveva iniziato la sua attività nel giugno del 2019, per concentrarsi su altre realtà urbane maggiormente dinamiche (a partire da Milano). Terminata la fase dura del lockdown, la Capitale – secondo i vertici dell’azienda – non ha dato segnali incoraggianti di ripresa, in particolare sul versante della mobilità condivisa, che è invece un servizio assai diffuso nella maggior parte delle grandi città, soprattutto quelle europee del centro-nord. Da qui la scelta di trasferirsi altrove, che segue quella di altri operatori attivi in settori analoghi, quali ad esempio il bike sharing.

Verrebbe da dire che non è colpa di nessuno se i romani, stando alle statistiche, preferiscono muoversi in auto (possibilmente la propria), con i mezzi pubblici (quando funzionano) o a piedi, invece che con le biciclette o con mezzi di trasporto presi in affitto temporaneo. Le abitudini collettive (anche quando cattive) non possono essere cambiate dall’oggi al domani. Ma il punto non è evidentemente il ritardo, che è anche una forma di diffidenza-resistenza culturale, nell’accettare le opportunità offerte dalla micromobilità urbana condivisa (che per molti osservatori ed esperti rappresenta il futuro in termini di sostenibilità ambientale e di riduzione dei volumi di traffico).

Il problema di Roma – ciò che spinto la Cityscoot a rivedere le proprie strategie aziendali e che potrebbe spingere altre imprese a fare altrettanto – sta nella sua mancanza di dinamismo, nel clima rassegnato, stagnante e pieno di incertezze che in essa si respira, nella percezione diffusa secondo la quale, a dispetto delle promesse e degli annunci, poco o nulla si è fatto sinora per favorirne il rilancio e la ripresa. La città appare senza una bussola e in preda ad una crescente anarchia, l’amministrazione capitolina è ferma e senza progetti, il governo nazionale dal canto suo sembra poco interessato al destino della Capitale d’Italia, mentre stancamente ci si avvia verso un appuntamento elettorale – quello della primavera del 2021 per il nuovo sindaco – che sembra spaventare o lasciare indifferenti la gran parte delle forze politiche.

Chi invece ad esso pensa sembra farlo in modo anacronistico e un po’ troppo scontato, come se ancora non fosse chiara qual è – per Roma come per il resto d’Italia – la reale posta in gioco: non un generico ritorno alla normalità, dunque al passato, ma un salto nel futuro. Prendiamo ad esempio i manifesti con i quali Matteo Salvini ha invaso negli ultimi giorni la città e che tanto stanno facendo discutere. Sul piano politico e dell’immagine è chiaramente un modo per giocare d’anticipo nei confronti dell’alleato-rivale Giorgia Meloni, leader in ascesa di Fratelli d’Italia, che proprio a Roma ha, per ragioni storiche, la sua più importante area di consensi. Ma quello che colpisce in questa campagna d’affissioni, più che la competizione per l’egemonia a destra, è il tono quasi fuori tempo delle proposte fatte dal capo della Lega.

Cosa si promette ai romani, cosa si propone per Roma? Di dotare la polizia municipale di pistole elettriche, di chiudere i campi nomadi, di riqualificare lo stadio Flaminio, di riorganizzazione la raccolta differenziata, di completare i lavori per la Metro C, di manutenere le piccole e grandi vie di comunicazione. Tutti atti di ordinaria o normale amministrazione, più o meno condivisibili a seconda dei punti di vista, se non fosse che nel frattempo il mondo è cambiato, colpito da una crisi economica e sociale devastante. Si sono dunque modificate le priorità e le urgenze, sono emersi problemi nuovi, si sono aperte (con i soldi in arrivo dall’Europa) opportunità non previste: quello che come programma elettorale poteva andare bene un anno fa non va più bene oggi, figuriamoci tra un anno.

E dunque si vorrebbero sentire – indirizzate a Roma e ai romani – proposte più ardite e innovative, più rivolte al futuro e al cambiamento, dunque più adatte ai tempi nuovi che ci aspettano. Relative ad esempio alla riprogettazione degli spazi urbani, alla costruzione di un moderno ed efficiente sistema integrato dei trasporti, alla digitalizzazione integrale dei servizi ai cittadini e alla semplificazione burocratica, agli investimenti in ricerca (la Sapienza non è forse il più grande ateneo d’Europa?), alla creazione di un’offerta turistico-culturale degna d’una metropoli internazionale, a politiche di inclusione e accoglienza che impediscano la nascita di ghetti urbani a loro volta fonti costanti di tensioni sociali ecc.

Progetti, idee, visioni, immagini del domani: indispensabili per un’autentica ripartenza ma che al momento ancora mancano. Il problema non riguarda solo Roma, investe l’intera Italia e chiama in causa le scelte che si apprestano a fare il governo e l’intera classe politica nazionale. Ci sono oltre duecento miliardi potenzialmente disponibili. Come spenderli, con quali obiettivi? Ieri la Svimez, nel suo rapporto annuale, ha spiegato come lo tsunami economico abbattutosi sull’Italia a causa della pandemia, e che è costato un calo del Pil del 12,6% su base nazionale, sarà certamente seguito nel 2021 da una fisiologica ripresa. Che rischia però di accentuare ancora di più il differenziale di crescita, già molto alto, tra Mezzogiorno e Centro-Nord. Le strutture produttive delle regioni del Nord, quelle più integrate nei contesti internazionali e più aperte agli scambi commerciali, da un lato sono quelle che più hanno risentito gli effetti negativi della pandemia, dall’altro sono quelle che ripartiranno con più slancio e dinamismo. Ma quanto può resistere l’Italia – intesa come sistema economico integrato e come realtà politica unitaria – alla prospettiva di una divaricazione sempre più accentuata tra i suoi diversi territori che potrebbe realizzarsi nel post-Covid?

Ne consegue che la riduzione dei divari regionali (quello tra le singole regioni e quello tra le macroaree del Nord e del Centro-Sud), non attraverso misure di stampo assistenzialistico, ma sulla base di progetti di sviluppo innovativi e di un’attenta pianificazione strategica, dovrebbe rappresentare oggi più che mai un obiettivo politico prioritario, un autentico interesse nazionale, a meno di non voler mettere in discussione la coesione sociale e la stessa tenuta istituzionale del Paese.

Per decidere cosa fare, e come farlo, non c’è molto tempo. Dipende, in buona parte, dalle scelte del governo, ma dipende anche dalla capacità di proposta degli amministratori locali d’ogni livello, spesso più impegnati a chiedere genericamente soldi e risorse, in una logica localistica e frammentata, puramente rivendicativa, che a elaborare programmi di crescita rispondenti alle reali necessità dei territori che essi governano e che per essere efficaci dovrebbero a loro volta potersi integrare in una strategia di sviluppo su base autenticamente nazionale. I soldi, a quanto pare, ci sono. Il pericolo è che manchino, non tanto le competenze (se i politici ne sono privi bastano quelle possedute dalle tecno-strutture burocratiche che sono il sistema nervoso di ogni Stato moderno), quanto il coraggio, l’ambizione e il desiderio, per una volta, di uscire dall’ipertrofia del presente per guardare al domani che fatalmente – come cittadini singoli e come comunità politica – ci aspetta e che solo noi possiamo costruire.

*Editoriale apparso su “Il Messaggero” del 3 settembre 2020

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