di Antonio Campati

MAYK-populismIl dibattito quotidiano nazionale e internazionale sembra non poter più fare a meno di ricorrere alla categoria di «populismo» per descrivere una presa di posizione, un intervento televisivo, una proposta di legge, un atto pubblico dimostrativo. Per esempio, non appena un interlocutore alza il tono della voce durante un dibattito o un articolo indugia oltremisura nel denunciare qualche pratica poco ortodossa, sicuramente c’è chi si incarica di bollare tale gesto come «populista». E, subito dopo, qualcun’altro si affretta a dire che però «il populismo è sempre esistito» e quindi, quando oggi viene così spesso evocato, si fa riferimento semplicemente alla sua più recente declinazione.

Ridotta in questi termini, la questione appare fin troppo banale. Specialmente perché, come è successo per altri vocaboli, la parola «populismo» rischia di non significare più nulla se viene utilizzata per descrivere le situazioni più disparate. Allo stesso tempo, per evitare ciò, non è neppure consigliabile scandagliare questo concetto da un’unica prospettiva di analisi perché la nozione di populismo è divenuta di uso comune in molteplici campi (dal politico all’economico, dal giuridico a quello dei media) e enfatizzarne la presenza solo in uno di essi, condurrebbe necessariamente a conclusioni parziali.

Non corre questo rischio Il populismo tra storia, politica e diritto curato da Raffaele Chiarelli (Rubbettino 2015, pp. 402) che, come suggerisce il titolo stesso, è un’analisi a largo raggio di questo fenomeno, basata su ben diciotto interventi. La scelta di raccogliere un numero significativo di autori si inserisce proprio nel tentativo che prima si evocava, ossia quello di non confinare la discussione entro un unico ambito di studio perché, come spiega Chiarelli nell’introduzione, «il populismo, da dimensione della cultura politica, sembra orientarsi a configurare un esteso e frastagliato arcipelago culturale, e le sue forme di manifestazione sembrano differenziarsi ed allargarsi verso habitat differenti al di là di quelli che erano ritenuti propri dei rapporti politici».

9788849845648_15e0299_chiarelli_piatto_150Il lettore, tuttavia, viene facilitato da tre grandi linee di riflessione che ordinano il libro: la prima analizza il populismo come patologia delle democrazia, senza circoscrivere la riflessione a un ristretto arco temporale (quello – come in prima battuta potrebbe sembrare – delle democrazie contemporanee); anzi, oltre alle implicazioni dirette con il regime democratico (Mario Ciampi e Giuseppe Casale), non mancano riferimenti alla civiltà orientale antica e greco romana (Danilo Ceccarelli-Morolli) e una puntuale ricognizione dell’idea di populismo in relazione alle culture politiche (Maurizio Serio). Il punto di incontro fra implicazioni democratiche, concetto di popolo e idea di nazione è evidente, con declinazioni autonome, in due saggi rispettivamente dedicati a Elias Canetti (Angelo Arciero) e Nicolao Merker (Tommaso Valentini). Questa prima sezione si conclude con una comparazione fra populismo europeo e populismo africano, sviluppata a partire da interessanti provocazioni concettuali sulla nozione di popolo «europeo» e sulla «costruzione nazionale» dei «populismi di Stato» africani (Beatrice Giampieri).

La seconda sezione del libro è altrettanto corposa e si sofferma sul caso italiano a partire dal fascismo, che subito viene confrontato con il populismo, evidenziando le puntuali cautele che tale comparazione necessita (Paolo Armellini). Infatti, è evidente come la storia italiana dell’ultimo secolo offra interessanti spunti sul tema, a partire già da alcuni elementi contenuti nella Costituzione (Raffaele Chiarelli) fino all’attuale orizzonte del diritto (Marco Benvenuti), senza dimenticare la fondamentale dimensione amministrativa (Dante Cosi). E inoltre, per confermare lo spirito dell’iniziativa editoriale, trovano spazio, fra le pagine della seconda parte, elementi di natura storico-politica e sociale: una riflessione sul qualunquismo come «populismo eterodosso» (Luca Mencacci), una disamina sulle ragioni dell’ondata populista in Italia e sulle funzioni che ha avuto e tutt’ora esercita l’«élite populista» (Aldo Giannuli), fino a un’analisi del movimento di CasaPound attraverso l’utilizzo che questo fa della musica per costruire ed esprimere la propria soggettività e per definire la propria azione collettiva, oltre a utilizzarla come strumento politico (Emanuele Toscano).

Uno studio sul populismo non può dimenticare un approfondimento sulle implicazioni che la sua azione produce sul mondo della comunicazione. O meglio – ed è la terza parte del libro – è interessante soffermarsi sulle modalità con le quali si esprime questo fenomeno, quindi sui suoi stili comunicativi. I quali sono differenti e possono essere rintracciati nel cinema, come nel caso di alcuni film di Luigi Zampa (Leopoldo Tondelli), nel mondo digitale (Carlo Bosna) o appaiono talmente evidenti da far parlare di un vero e proprio populismo mediatico (Sandro Valletta), che inevitabilmente produce ripercussioni sul sistema politico, specialmente se organizzato secondo i criteri di una e-democracy (Simone Budelli).

È evidente come il libro curato da Chiarelli offra una serie preziosa di stimoli per continuare ad analizzare il populismo. Il che non vuol dire tentare di trovarne una definizione univoca: aspirazione molto probabilmente futile, che è confermata tale anche solo scorrendo i saggi contenuti in questo lavoro. Piuttosto, l’intento dovrà essere quello di capire sempre più approfonditamente come si manifesta il populismo e, soprattutto, quali lineamenti riesce (o potrebbe riuscire) a modificare all’interno delle nostre comunità politiche, sociali e culturali.

 

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